SPECIALE CATECHISTI / Dicembre 2011

È tempo di riscoprire la bellezza di aspettarsi
Da pochi giorni è iniziato l’Avvento. È questo un tempo di attesa vigile, di preghiera e di conversione per preparare dentro di noi la venuta del Signore.
In un mondo caratterizzato dal “tutto e subito”, dalle velocità supersoniche, dalla fretta che ingoia gli spazi temporali delle nostre giornate, ogni tanto fa bene, a piccoli e grandi, coltivare la pazienza dell’attesa.
Fa bene a ognuno di noi avvertire il desiderio di una meta, provare il gusto per un cammino da costruire giorno dopo giorno, impegnarsi con quei piccoli gesti di conversione che permettono di ricevere degnamente il dono più grande: Dio che si fa uomo.
Ma fa anche bene attendersi gli uni con gli altri, armonizzare il nostro passo con i più deboli, con coloro che fanno fatica a stare al mondo e con coloro che zoppicano perché sono stati feriti dalle esperienze della vita. Attendersi significa abbandonare l’istintivo desiderio di procedere per conto proprio, inseguendo egoisticamente il proprio io, e protendersi invece verso gli altri, imparando a camminare insieme a livello personale e poi di parrocchia, di vicariato e di diocesi.
Certo, attendersi può costare fatica, ma assicura a tutti una maggiore fraternità, facilitando il raggiungimento e la gioia del bene comune.
L’attesa caratterizza anche la vita delle nostre comunità e in particolare delle molte persone che sono impegnate nell’ambito dell’iniziazione cristiana. È un’attesa durante la quale affiorano tante domande: Cosa si farà? Cosa cambierà? Quale sarà il nuovo modello di comportamento a cui ispirarsi? A quale età si celebreranno i sacramenti? Si celebreranno tutti insieme?
Tutte domande legittime, che nascondono però un temibile rischio: quello di spingere le parrocchie e i vari operatori pastorali a proporre conclusioni non ponderate, omettendo la gradualità dei passaggi che a quelle stesse conclusioni dovrebbero condurre: vivere cioè coscienziosamente un tempo di attesa attiva, tale da consentire a tutta la comunità parrocchiale di comprendere realmente cosa si intenda per iniziazione cristiana.
Ed ecco, dunque, che il prossimo impegno per ogni parrocchia sarà quello di programmare per tempo e con cura le riunioni del consiglio pastorale parrocchiale, in modo che ognuno degli operatori pastorali si renda conto di cosa vuol dire iniziare alla vita cristiana.
È un tempo in cui ogni consiglio pastorale parrocchiale, tenendo presente la questione dell’iniziazione cristiana, dovrà rispondere alle domande: chi siamo? Perché ci riuniamo? E verso dove sta andando la nostra comunità? Quali investimenti sta compiendo?
È questo un lavoro che rende ogni operatore pastorale consapevole del proprio ruolo all’interno dell’itinerario dell’iniziazione. Leggendo il duplice significato dell’attendersi potremmo anche dire che ognuno di noi è chiamato a porre la propria tenda nella sua chiesa, per amarla, aiutarla e orientarla verso l’unico scopo per il quale essa esiste come tenda in mezzo agli uomini, cioè quello di comunicare il buon annuncio di salvezza: oggi è nato per voi un Salvatore, l’Emmanuele, colui che ha posato la sua tenda in mezzo a noi.
 
Giorgio Bezze

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