La mattina di Pasqua, secondo il Vangelo di Matteo, le donne si allontanano dal sepolcro con timore e gioia grande (Mt 28,8). Hanno ascoltato l’annuncio dell’angelo: Gesù non è lì, è risorto. Ma mentre vanno a portare la notizia ai discepoli, accade qualcosa che nessuna parola può sostituire: Gesù stesso viene loro incontro. Si avvicinano, gli prendono i piedi, e lo adorano (Mt 28,9).
Sono gesti che sembrano più antichi di ogni discorso, e tuttavia contengono già una teologia intera.
Una presenza che precede
Il particolare è decisivo. La fede pasquale non comincia come conquista dell’uomo, né come salita faticosa verso un Dio lontano. Comincia come riconoscimento di una presenza che precede.
Le donne non producono la presenza del Risorto: la ricevono. Non inventano la Pasqua: ne sono raggiunte. La loro risposta è un gesto: si avvicinano, gli prendono i piedi e lo adorano.
Non è un dettaglio sentimentale. È una delle prime immagini dell’adorazione cristiana. Le donne non adorano un’idea, non si inchinano davanti a un ricordo, non venerano semplicemente il messaggio della risurrezione. Si prostrano davanti al Signore vivo. E lo fanno toccandone i piedi.
La fede pasquale, prima di diventare parola, annuncio, missione, è questa prossimità tremante: riconoscere il Risorto come Signore, non da lontano, ma nella concretezza di un corpo incontrato.
La fede tocca un corpo
Qui si custodisce una verità decisiva. Il Risorto non è un Cristo spiritualizzato, dissolto in un simbolo religioso o in una consolazione interiore. È il Crocifisso vivente. Porta in sé la storia della sua passione, ma non è più prigioniero della morte. Ha un corpo glorioso, e proprio per questo non meno reale.
La Pasqua non cancella la carne: la trasfigura. Non elimina la terra: la apre alla gloria. Non ci insegna a fuggire il corpo, ma a riconoscere che anche il corpo è chiamato alla vita di Dio.
Per questo il particolare dei piedi è così importante. I piedi sono la parte più umile del corpo. Sono ciò che tocca la terra, ciò che porta il peso del cammino, ciò che si sporca nella strada. Gesù aveva lavato i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,1-15), mostrando che il Signore si riconosce nel servizio.
Ora, nella mattina di Pasqua, sono i piedi del Risorto a essere afferrati e adorati. È come se il Vangelo dicesse: il Servo umiliato è davvero il Signore; colui che è passato per la polvere, il sangue e la morte è il Vivente.
Quando il salmo si fa contatto
Un antico commentatore monastico, Smaragdo di Saint-Mihiel, intuì bene la forza di questa scena. Parlando della preghiera che segue il canto dei salmi, richiamò proprio il gesto delle donne pasquali: esse tennero i piedi del Risorto e lo adorarono.
Era un’intuizione precisa. Nella tradizione cristiana il salmo non è soltanto una parola rivolta a Dio: è anche il luogo in cui Cristo si fa udire dalla Chiesa, il luogo in cui la voce del credente viene educata dalla voce del Signore.
Per questo l’orazione dopo il salmo non è una semplice aggiunta. È il gesto con cui la Chiesa, dopo aver ascoltato e cantato, si ferma davanti alla presenza ricevuta. Come le donne del Vangelo, non cerca di possedere il Risorto, ma lo riconosce; non produce la sua presenza, ma la adora.
La liturgia cristiana vive di questa struttura profonda: prima viene il Signore che si dona, poi la Chiesa che risponde. Prima l’incontro, poi il gesto. Prima la presenza, poi l’adorazione.
Anche il corpo partecipa a questa risposta. La liturgia non è una preghiera disincarnata. Ci fa stare in piedi, inginocchiare, cantare, tacere, ascoltare, mangiare e bere. Ci educa a una fede che non resta solo pensiero, perché il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14) e il Crocifisso è risorto con il suo corpo.
Tenere i piedi del Risorto diventa allora una piccola immagine di ciò che accade ogni volta che la Chiesa celebra: riconoscere una presenza che ci precede e risponderle con tutto ciò che siamo.
Adorare senza trattenere
Ma quel gesto non è possesso. Le donne tengono i piedi di Gesù, e tuttavia Gesù non resta con loro come un tesoro da custodire gelosamente. Subito le invia: «Andate ad annunciare ai miei fratelli» (Mt 28,10).
L’adorazione pasquale non chiude, apre. Non trattiene Cristo per sé, ma consegna chi adora alla missione. Chi si inginocchia davanti al Risorto viene rimesso in cammino.
Si può ascoltare, in lontananza, l’eco di un’altra grande parola pasquale: quella rivolta a Maria di Magdala nel Vangelo di Giovanni. «Non mi trattenere» (Gv 20,17). Non è una contraddizione. Matteo mostra le donne che tengono i piedi del Signore; Giovanni mostra Maria che non deve trattenerlo.
Insieme, i due Vangeli insegnano la forma vera dell’adorazione cristiana: avvicinarsi fino al contatto, ma senza trasformare il contatto in possesso. Adorare non significa sequestrare il Signore. Significa riconoscerlo presente, vivo, reale, e proprio per questo lasciarsi mandare da lui.
Tra Pasqua e Ascensione la Chiesa impara questo modo delicato di stare con il Risorto: si lascia incontrare, ma non possedere; si lascia adorare, ma non trattenere; sembra sottrarsi allo sguardo, e invece apre una presenza più profonda.
Sarà lo Spirito, a Pentecoste, a trasformare questa presenza in testimonianza. Ma prima dell’annuncio c’è questo gesto: inginocchiarsi davanti al Vivente e lasciarsi rialzare da lui.
Tenere i piedi del Risorto significa allora questo: adorare il Signore là dove la sua gloria porta ancora la memoria della terra. E lasciarsi rimettere in cammino, perché la Pasqua non termina nell’abbraccio. Comincia da lì.
don Claudio Campesato

