Il Tempo Ordinario e la grazia del cammino
A Pentecoste qualcosa finisce, e qualcosa comincia. Finisce il tempo delle grandi feste — Quaresima, Pasqua, la cinquantina di luce che ci ha accompagnato fino a Pentecoste. Comincia un tempo che la liturgia chiama, senza ornamento, Tempo Ordinario. I paramenti si fanno verdi, le settimane si numerano una dopo l’altra, il calendario sembra perdere ritmo. Sembra che non accada più nulla.
Ma è proprio qui che accade tutto. Perché il Tempo Ordinario non è il tempo dopo lo Spirito: è il tempo che nasce dallo Spirito. Non comincia quando la festa finisce; comincia quando la festa deve imparare a durare.
Dopo Pentecoste comincia il cammino
Per capirlo, conviene partire dal colore. Il verde dei paramenti feriali ci sembra il colore della pausa, dell’attesa, del «non succede nulla». Non è così che lo pensava la tradizione medievale. Innocenzo III, prima di diventare papa, scrisse un trattato sui misteri dell’altare e quando arriva ai colori liturgici spiega che il verde è color medius: il colore intermedio fra il bianco della festa, il rosso del sangue e del fuoco, il nero del lutto (De sacro altaris mysterio, I, 65).
Mezzo, non mediocre. È una distinzione fondamentale. Il verde è il colore dei giorni in cui la Chiesa non vive di un evento eccezionale, ma del lavoro paziente della grazia. Non è il colore di chi è arrivato; non è il colore di chi piange; non è il colore di chi brucia. È il colore di chi cammina.
Per la stessa tradizione, il verde è anche color spei, colore della speranza. E la speranza — fra le tre virtù teologali — è la virtù propria del pellegrino: solo chi è in cammino spera, perché chi è già a destinazione non ha più nulla da sperare, e chi non è partito non sa cosa sperare. Il Tempo Ordinario veste la Chiesa del colore della sua virtù più feriale: non della fede, che è dell’inizio; non della carità, che è del compimento; ma della speranza, che è dell’andare.
Tre nomi per lo stesso tempo
Vale la pena fermarsi sul nome, perché Tempo Ordinario non è l’unico modo in cui la Chiesa ha chiamato queste settimane, e ognuno dei nomi dice qualcosa di diverso.
Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, il Messale Romano parlava di domeniche post Pentecosten: Dominica II, Dominica III, fino alla Dominica XXIII post Pentecosten (Messale Romano, editio typica 1962). Era un nome che diceva una direzione. La vita cristiana ordinaria non era semplicemente «ordinaria»: era vita dopo il dono dello Spirito. Ogni domenica numerata custodiva, nel suo stesso titolo, la memoria del fuoco da cui veniva.
Il Messale di Paolo VI ha introdotto un’altra denominazione: il latino dice Tempus per annum, «tempo lungo l’anno». È un nome bellissimo, anche se nelle traduzioni si è perso un po’. Per annum non significa «ordinario» nel senso di banale o anonimo; significa disteso lungo l’anno. È il tempo che accompagna la Chiesa nella durata: trentatré o trentaquattro settimane in cui, come dicono le Norme generali per l’anno liturgico (n. 43), non si celebra un aspetto particolare del mistero di Cristo, ma il mistero di Cristo nella sua interezza.
E poi c’è un terzo nome, più antico, più poetico, che recuperiamo dai medievali. Lo chiameremo fra poco.
In mezzo a tutti questi nomi sta la domenica. La costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium chiama la domenica «fondamento e nucleo di tutto l’anno liturgico» (n. 106), e nel Tempo Ordinario questa verità si vede più che altrove. Non c’è una solennità che assorbe lo sguardo: c’è la Pasqua settimanale, nuda, ricorrente. Ogni domenica del Tempo Ordinario è una piccola Pasqua, il Risorto che viene incontro alla sua Chiesa nella forma che le è più familiare: il pane spezzato, la Parola annunciata, l’assemblea radunata. L’ordinario non disperde la Pasqua. La rende settimanale.
Tempus peregrinationis
Il terzo nome che dicevamo viene da Guglielmo di Auxerre, teologo del Duecento. Nel suo trattato sugli uffici della Chiesa — la Summa de officiis ecclesiasticis — divide l’intero anno liturgico in quattro tempi (Tractatus III, 1): il tempus renovationis (il rinnovamento, Avvento e Natale), il tempus deviationis (la deviazione, le settimane che ricordano il peccato dell’origine), il tempus reconciliationis (la riconciliazione, Quaresima e Pasqua) e infine, da Pentecoste fino all’Avvento successivo, il tempus peregrinationis: il tempo del pellegrinaggio.
«Una volta riconciliati con Dio», scrive Guglielmo, «non ci resta che considerarci pellegrini», e cita un versetto del Salmo: advena ego sum et peregrinus, «sono un forestiero e un pellegrino» (Sal 39 [38], 13).
È una chiave che illumina tutto. La Chiesa, dopo Pentecoste, non è più ai piedi della croce, non è più nel cenacolo. È sulle strade. Non è il tempo in cui lo Spirito si è allontanato: è il tempo in cui lo Spirito ha messo la Chiesa in cammino. E un pellegrino, lo sappiamo, non vive di eventi straordinari. Vive del passo successivo.
Tre nomi, dunque, per lo stesso tempo. Dopo Pentecoste ne custodisce la provenienza: veniamo dal fuoco. Tempus per annum ne custodisce la durata: è il tempo disteso, il tempo che accompagna l’intero anno. Tempus peregrinationis ne custodisce la forma: è cammino, non sosta. Tre nomi che, insieme, dicono ciò che la sola parola «ordinario» non riesce a dire.
La brace contro la routine
Resta però una sfida che nessun nome, da solo, risolve. La sfida è la routine: la sveglia che suona uguale, il lavoro che si ripete, le stesse persone, le stesse fatiche, le stesse preghiere dette mille volte. La domenica che torna e a volte non dice nulla di nuovo. Il Vangelo già sentito.
C’è una parola che la spiritualità evita volentieri, ed è noia. Eppure la vita cristiana, come ogni vita, ne è attraversata. La tentazione è pensare che lì lo Spirito non c’è; che lo Spirito stia altrove, nei momenti intensi, nelle esperienze forti, nei ritiri che commuovono; e che la routine sia il deserto da attraversare in attesa che ricominci la grazia.
I monaci del deserto lo avevano capito con lucidità. Avevano dato un nome a quella stanchezza che nasce quando i giorni sembrano tutti uguali, quando il luogo in cui si vive diventa stretto e il cuore comincia a desiderare sempre altrove: la chiamavano acedia, il «demone del mezzogiorno». Non era semplice pigrizia, ma l’incapacità di restare davanti al bene quando il bene non emoziona più. Per questo il Tempo Ordinario è una scuola esigente: chiede di attraversare la ripetizione senza lasciarla diventare mormorazione, di abitare il quotidiano senza fuggirlo, di custodire sotto la cenere una brace che continua a dare tepore.
È qui che torna utile l’immagine della brace. A Pentecoste lo Spirito è disceso come fuoco — lingue divise come di fuoco, vento gagliardo, casa riempita dal fragore del cielo (cfr. At 2,1-4). Ma il fuoco, se brucia troppo, consuma. Il fuoco che dura è la brace: meno appariscente, più nascosta, costante. Non fa rumore, non fa spettacolo, ma tiene calda la casa. Lo Spirito nel Tempo Ordinario è così. Non ha smesso di essere fuoco: ha imparato a essere brace.
Il pellegrino non porta una torcia accesa: porta una brace dentro, custodita perché non si spenga al primo vento. E lungo le strade del tempus peregrinationis, è quella brace — non la fiammata del primo giorno — che permette di continuare a camminare.
Pentecoste che impara a durare
Il Tempo Ordinario, allora, è la verifica della Pentecoste. Il fuoco del primo giorno è ancora vero solo se è diventato brace fedele. Se lo Spirito è davvero disceso, lo si vede non nei tempi forti — quelli sono facili — ma proprio nel tempo lungo, nei mesi verdi, nelle settimane numerate, nelle domeniche che si assomigliano tutte e che, una dopo l’altra, fanno la Chiesa.
C’è una santità che si misura nei momenti alti, ed è preziosa. E c’è una santità che si misura nei mesi verdi, ed è la più rara, la più cristiana, la più decisiva. Lo Spirito che è disceso una volta non ha smesso di scendere. Continua a farlo dove sembra che non succeda niente: nelle case, nelle parrocchie, nei luoghi feriali della fede. È lì che la Pasqua diventa nostra. È lì che il pellegrino impara, un passo alla volta, che la patria non si raggiunge fuggendo il cammino, ma lasciando che lo Spirito lo abiti.
Forse non è un caso che la tradizione abbia chiamato il verde color medius e l’acedia «demone del mezzogiorno». Il Tempo Ordinario è il tempo del mezzo per eccellenza: non più l’inizio acceso della festa, non ancora il compimento della patria; il tratto in cui il sole è alto, i giorni si assomigliano e il cammino chiede fedeltà. Ma proprio lì lo Spirito lavora: non solo nella fiammata che commuove, ma nella brace che permette di restare.
Forse è proprio questo, alla fine, il Tempo Ordinario: Pentecoste che impara a durare.
don Claudio Campesato

