L’Iniziazione Cristiana sta cambiando le nostre comunità?

Speciale Catechisti - dicembre 2016

Da quando la nostra diocesi ha ripensato ad una nuova impostazione del cammino dell’IC dei bambini e dei ragazzi, si è sempre parlato anche di coinvolgimento della comunità. Di fatto non ci può essere autentica iniziazione cristiana se non se ne fa carico l’intera comunità cristiana. Pensare che il rinnovamento passi solo attraverso una nuova riorganizzazione e nuovi strumenti sarebbe svilire l’iniziazione cristiana stessa. Un bambino e un ragazzo, ma anche un adulto, diventano cristiani, infatti, dentro ad una comunità che li accoglie, che spiega loro come fare per essere veri cristiani, e che soprattutto insieme a loro professa, celebra e testimonia nella carità la fede. Ed è sempre e solo all’interno della Chiesa che si possono ricevere i sacramenti, segni di grazia che inseriscono pienamente in Cristo e nella comunità cristiana.

Molti segnali, in questi ultimi anni, dicono che oltre ai catechisti, il cambiamento ha interessato anche altri soggetti educativi. Per primi i genitori, ma poi anche altri operatori pastorali, che attraverso le attività previste dal cammino del discepolato sono stati coinvolti insieme ai catechisti: penso agli operatori Caritas, agli educatori dell’ACR, ad alcuni capi scouts, a qualche operatore della liturgia, ma anche a diversi membri del consiglio pastorale parrocchiale.

E tuttavia partecipando agli incontri in parrocchia e nei vicariati, anche nell’ultimo periodo, si sente dire che la comunità rimane ancora estranea al cammino di IC: non si riesce a coinvolgerla, non si rende presente, non partecipa.

Forse a queste considerazioni dovremmo aggiungere alcune sostanziali domande: ma qual è la comunità? Chi è la comunità? È la comunità che vive in un territorio? È la comunità dei battezzati? È quella che partecipa all’Eucaristia o è quella che viene coinvolta nella vita pastorale?

Ogni cristiano adulto può dare una risposta, meglio se è frutto di un discernimento comunitario tra adulti, ma intanto possiamo dire che per il fatto stesso che i membri del CPP parlino di IC e si pongano le domande di come e perché poter trasmettere la fede alle nuove generazioni è già un primo coinvolgimento della comunità. Prima di adesso non era mai capitato.

Sicuramente sul coinvolgimento della comunità dovremmo investire ancora di più dando fiducia al tempo perché si tratta di un passaggio epocale, quello in cui, l’intera comunità cristiana che si ritrova a celebrare l’Eucaristia, comprende che il compito di iniziare alla fede riguarda tutti i cristiani adulti, senza tuttavia dimenticare che nel cammino specifico di IC ci può e ci devono essere adulti che ne sono più implicati (comunità educante).

Credo invece che la domanda più plausibile, che è stata proposta anche negli incontri residenziali dei coordinamenti pastorali vicariali, è quella di come il cammino di IC sta cambiando la comunità cristiana?  E quali sono i criteri per dire se sta cambiando?

A questa domanda possiamo dire che uno dei criteri è la nascita di relazioni. Se attraverso le attività, il coinvolgimento dei vari soggetti implicati, nascono delle belle e autentiche relazioni fraterne, allora vuol dire che la comunità sta cambiando. Se un adulto che torna nella comunità parrocchiale dopo una lunga assenza, trova persone accoglienti, non giudicanti e capaci di non credere per lui ma con lui, allora la comunità sta cambiando. Se un genitore trova spazi ospitanti dove poter raccontare la sua storia ed è aiutato a riconoscerla dentro ad una storia più ampia che è quella della Salvezza, allora la comunità cristiana sta cambiando. E se infine un bambino o un ragazzo viene accompagnato nell’itinerario iniziatico con modalità semplici, leggere, belle e coinvolgenti per conoscere e scegliere Gesù e vede catechisti ed educatori che sanno lavorare insieme con gioia e serenità, allora la comunità sta cambiando e sta testimoniando il Vangelo non a parole ma con i fatti.

 

E se i genitori e i ragazzi non partecipano?

È la domanda che si sente ancora negli incontri dei catechisti e degli accompagnatori dei genitori quando un ragazzo o i genitori non si sono mai fatti vedere agli incontri previsti o si fanno vedere solo in prossimità della celebrazione dei sacramenti. Cosa fare? Assumere la linea dura che non dà i sacramenti se non a chi ha vissuto tutte le tappe e i riti, o scegliere la linea morbida che ammette ai sacramenti senza nessuna condizione?

Il centro della questione è sempre a monte,  e deve essere individuato in quella mentalità, presente ancora nella maggior parte dei genitori, secondo cui il catechismo deve essere frequentato solo per ricevere i sacramenti e non anche per diventare cristiano. Di conseguenza alcuni genitori non sono preoccupati delle assenze e agiscono in base al criterio di ottenere il massimo risultato con il minino sforzo, sapendo che Dio….. è buono e giustifica!

Su questo versante, a mio parere, è inutile assumere posizioni troppo rigide, ma si deve insistere con tutti i mezzi e atteggiamenti opportuni, affinchè anche i genitori compiano un cammino di comprensione sul significato e il senso di IC.

Non possiamo assumere una linea intransigente perché ci si scontra con una mentalità radicata nel mondo adulto, che per essere cambiata chiede tempo e tanta pazienza. Penso che il comportamento più appropriato sia in primo luogo quello di valutare ogni singolo caso, perché ci possono essere situazioni dovute non solo ad ignoranza culturale, ma anche a motivi seri e validi per giustificare la non partecipazione. Su ogni caso, inoltre, deve essere fatta una valutazione congiunta,  frutto di un attento discernimento compiuto tra parroco, catechisti e genitori.

Alle volte opporsi strenuamente e assumere posizioni troppo inflessibili può dar vita non solo ad una totale chiusura alla comprensione della proposta, ma anche a scontri che allontano ulteriormente genitori e figli, i quali alla fine non capirebbero ugualmente il valore del cammino, perché troppo immersi nella mentalità che è sufficiente celebrare il sacramento.

Solo valutando di caso in caso si può arrivare a scelte che mettono insieme il rispetto del cammino e delle sue tappe con la richiesta dei genitori dell’ultimo momento, senza penalizzare troppo il bambino che ha diritto, in quanto battezzato, a ricevere i sacramenti che completano l’IC. In questo sta la capacità di proporre dei cammini differenziati molto più pertinenti con il cammino di fede di ogni singola persona.

Un’altra questione è la presenza dei fratelli. Anche su questo aspetto si è avuto modo di ribadire che quando c’è la differenza di un anno i fratelli possono compiere il cammino nello stesso gruppo. Se invece la differenza è maggiore è bene che ognuno segui il gruppo di riferimento della sua età. I genitori, in questo caso non sono obbligati a partecipare due volte allo stesso cammino in quanto per loro la partecipazione è un’opportunità non obbligatoria, per riprendere in mano la loro fede di adulti nel tempo in cui i figli completano l’iniziazione cristiana. Ai genitori viene data la possibilità di risvegliare la loro fede, di aprirsi alla vita della comunità cristiana, di ricominciare un cammino. Se poi alcuni genitori vogliono ripetere il percorso più volte in base al numero dei figli, sono liberi di farlo. Sarà, caso mai, cura di chi li accompagna coinvolgerli di più, al tal punto da poter chiedere la disponibilità a diventare a loro volta accompagnatori di altri gruppi di genitori.

 

CATECHESI E LITURGIA

LITURGIA E PREGHIERE

 

Celebrare vuol dire svolgere con solennità, e secondo riti previsti, un evento: il Mistero pasquale di Cristo morto e risorto. Celebriamo la storia umana salvata dalla morte e redenta dal peccato; celebriamo la nuova alleanza dell’uomo con Dio. Attorno alla celebrazione si crea un tempo diverso da quello ordinario e feriale, un tempo segnato dalla gratuità. La sua caratteristica fondamentale è di essere “altro” rispetto alla nostra quotidianità, proprio per indicare l’irruzione di Dio nella storia, la breccia dell’Eterno nel tempo.

Il mistero cristiano non è un segreto riservato a pochi adepti, ma un evento di salvezza che si è manifestato pienamente in Cristo e che la nostra comprensione e le nostre parole non possono mai esaurire. La Liturgia, servendosi di segni a dinamica simbolica, va oltre la comunicazione verbale.

Il Messale Romano afferma: «L’esperienza del mistero passa attraverso il rito» (p. VIII, n. 5). Di conseguenza dobbiamo uscire da quel verbalismo che soffoca il rito in un mare di parole e dal quel cerimonialismo che confonde il simbolo con la rappresentazione teatrale.

Per questo la Sacrosanctum Concilium si preoccupa affinché: «I riti risplendano per nobile semplicità, siano chiari, adattati alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno generalmente di molte spiegazioni» (SC 34).

La celebrazione liturgica è deposito della fede celebrato e comunicato attraverso i segni, perché la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo (SC 7); non è una catechesi, un’istruzione, una didascalia: è azione di Cristo. Proprio come dice san Fulgenzio di Ruspe: «La Chiesa non fa questo a caso nelle sue celebrazioni, ma in riferimento al mistero per cui l’uomo Cristo Gesù è diventato mediatore fra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2, 5)».

La Celebrazione eucaristica ha un suo rito, così come le Liturgie della Parola (che troviamo, ad esempio, per i vari riti delle consegne o delle celebrazioni penitenziali nell’itinerario per il completamento dell’Iniziazione Cristiana dei ragazzi) oppure la Liturgia delle ore. Questo diversamente dalle altre preghiere che possiamo fare: una Via crucis, un rosario, una preghiera con i ragazzi, un incontro di preghiera con i giovani, una lectio divina, tutte queste situazioni permettono una libertà di gesti, di canti, di letture che la Liturgia ha invece necessariamente codificato. In questi incontri può non esserci un ministro ordinato e se c’è non indossa la casula o stola, i paramenti liturgici, proprio perché non raffigura la presenza di Cristo Sacerdote.

Avere chiara questa distinzione permette di celebrare la Liturgia con più consapevolezza e di mantenere una creatività catechistica o di incontro di preghiera che aiuti il cammino di fede di tutti.

 

Elide Siviero

Servizio diocesano per il Catecumenato

 

 

Narratori di Cristo in cammino con e per  le famiglie

Oggi  tocca a noi presentarci…….

Il vicariato di Abano è una realtà formata da 11 parrocchie: Abano ( con le parrocchie di S. Lorenzo e Sacro Cuore ), Battaglia, Galzignano, Giarre, Luvigliano, Mezzavia, Montegrotto, Torreglia, Turri, Valsanzibio,  più l’unità pastorale di Monteortone, Monterosso, Tramonte.

Sono parrocchie molto diverse tra loro per territorio, popolazione, storia, ma questa realtà così variegata è la nostra vera ricchezza perché ci aiuta ad avere una visione ampia, che tiene conto delle tante sfaccettature che implica l ‘annuncio dell’amore di Cristo, oggi.  Ci aiuta ad allargare lo sguardo come comunità ecclesiale, per guardare avanti e su tutti i fronti con fiducia e speranza, corresponsabili nell’impegno di camminare insieme per crescere nella fede.

Nel corso degli anni la fisionomia della catechesi è cambiata. La consapevolezza di tale cambiamento è presente soprattutto nell’attuale contesto, in cui, il catechista/accompagnatore è chiamato a ridefinire il suo ruolo e a ripensare le modalità con cui porsi nei confronti di chi accompagna lungo il cammino di iniziazione cristiana; è chiamato a essere evangelizzatore, facilitatore del cammino di fede dei bambini, dei ragazzi e degli adulti.  Deve essere capace di narrare la propria esperienza di Cristo, radicata nell’appartenenza alla chiesa, non in modo autonomo e autoreferenziale, ma lavorando in équipe, coordinando e interagendo con altri operatori pastorali e figure educative della parrocchia.”

Questa la consegna della Diocesi. Per tutti noi una sfida bellissima e…. impegnativa !!!!

Una sfida che con perplessità, dubbi, ma anche con determinazione, cerchiamo di portare avanti nella quasi totalità delle nostre parrocchie; certo il cambio di mentalità necessario per poter attuare questa nuova catechesi non è facile, in primis per parroci e catechisti, chiamati a rivedere i propri ruoli ormai consolidati in anni di esperienza.

Così negli incontri vicariali che facciamo abitualmente durante l’anno, parroci, catechisti, accompagnatori dei genitori discutiamo insieme, nella consapevolezza che un cambiamento è necessario e che non si può tornare indietro, confrontandoci sui passi fatti e sulle difficoltà incontrate, ma anche sulle belle esperienze vissute, e sui piccoli, inaspettati traguardi raggiunti. La gioia che vediamo negli occhi dei nostri ragazzi, contenti di andare a catechismo insieme a mamma e papà, ma soprattutto l’interesse che i genitori, una volta superate le perplessità che sempre accompagnano nuove proposte, dimostrano negli incontri, ci raccontano la necessità di avere uno spazio, un tempo, per poter discutere fra loro, interrogarsi, confrontarsi su un tema, la fede, che sentono importante per loro e per i loro figli.

Il cammino è sicuramente ancora molto lungo, ci sono cose da rivedere, a volte da integrare, da accettare con vera convinzione per portare avanti, insieme un percorso unitario; ciascuno con i propri talenti e le proprie modalità che tengono conto della propria gente e dei cammini di ciascuno e di tutti. L’entusiasmo con cui si continua nonostante la fatica, il desiderio degli operatori pastorali di formarsi per acquisire nuovi linguaggi e un nuovo stile di catechesi con al centro la famiglia, ci danno la misura della speranza che ci anima in questa nuova esperienza.

L’augurio è che si possa continuare, passo dopo passo, a camminare insieme coinvolgendo sempre più tutte le comunità parrocchiali per un cammino di fede condiviso.

 

Nicoletta Panagìa  –  coordinatrice vicariale per la catechesi

ESSERE ACCOMPAGNATORE : UNA BELLA SCOMMESSA

Nella Parrocchia Sacro Cuore di Gesù a Torreglia questo anno è partito il terzo gruppo. Due cammini IC si ritrovano nei sabato pomeriggio previsti, nel patronato della parrocchia seguiti dal Parroco Don Franco, mentre un gruppo si ritrova sempre di sabato pomeriggio ma nel patronato di Luvigliano con la visione del Parroco Don Placido Verza.

All’interno del cammino IC si vivono tanti momenti forti; ad esempio, un episodio che mi ha colpito in modo particolare, é stato quando al termine di un incontro Don Franco ha proposto ad ogni genitore di “benedire” il proprio figlio, nel vedere ciascun genitore fare il segno della croce sulla fronte del proprio bambino è stato per me un gesto di intensa intimità ma soprattutto un gesto pieno di amore.

Non so dove ci porterà questo percorso , ma in questo periodo storico particolare , privo talvolta di relazioni umane , il  potersi fermare, incontrarsi e confrontarsi fra adulti su temi della vita quotidiana e perché no anche di fede  in un ambiente sereno,  secondo me è importante, anche se il mettersi in gioco su temi  che a volte toccano aspetti  della sfera più personale  con persone a noi poco conosciute può essere limitante, ma la cosa fondamentale è poter relazionarci, stare insieme, creare legami . A mio avviso intraprendere un percorso per quattro anni insieme, anche se non in maniera costante, ad altre persone e camminare al fianco dei propri figli vivendo assieme momenti “speciali”, è già di per se una ricchezza e un dono.

Il mio motto è: “Dio vede e provvede “l’importante che ognuno faccia la propria parte. Buona vita di relazioni, Anna Maria Pescante accompagnatore Parrocchia Torreglia.

Per fare esperienza

Nella Parrocchia Cuore Immacolato di Maria di Giarre, il nuovo cammino di IC è iniziato da quattro anni e quest’anno il quarto gruppo affronterà il sacramento della confessione. In questi anni abbiamo voluto e potuto affrontare l’organizzazione degli incontri con i bambini in modo, oso il termine, ‘moderno’. La nostra volontà era quella di sottolineare l’importanza dello STARE genitori e figli contemporaneamente, proprio per dare maggiore consapevolezza nei genitori del loro ruolo nell’educazione alla fede dei propri figli. Il lavoro di équipe tra accompagnatori e catechisti in questo senso è importantissimo. Ma l’esigenza che noi sentivamo fondamentale era quella di dare agli incontri con i ragazzi una maggiore impronta di catechesi esperienziale, che porta i bambini a capire e ad interiorizzare i concetti senza scivolare nei vecchi meccanismi di catechesi, che in molti casi non hanno portato frutti. Per questo le nostre équipes di lavoro sono sempre più composte anche da animatori parrocchiali, che si sono adeguatamente formati e prestati con entusiasmo. I bambini accolgono favorevolmente questo metodo perché si sentono maggiormente coinvolti. L’unico aspetto negativo è la periodicità degli incontri: soprattutto all’inizio si fa fatica a creare il gruppo e ad instaurare un rapporto di amicizia e fiducia che trascenda l’aspetto ludico dell’incontro, ma siamo fiduciosi che il tempo ci darà ragione.

Cristiana Trolio, Elisabetta Tosato Parrocchia Giarre

 

 

Abbiamo bisogno di “sognare” in grande!

 Nella nostra realtà pastorale come Vicariato di Abano Terme possiamo notare come tutta l’attività sia permeata da un’attenzione, da un impegno sentito e generoso per la proposta diocesana dell’Iniziazione cristiana che ha preso l’avvio da quattro anni. Ci siamo fermati per qualche tempo a riflettere, a guardare, a pensare strade, metodi, iniziative prima di partire. Oggi possiamo guardare alla nostra realtà con un po’ di serenità. Certo si può ancora correre il rischio di fermarci a confrontare il nuovo con il passato: iniziazione e catechesi. Nel vicariato tutte le parrocchie hanno intrapreso il cammino proposto dalla diocesi. La novità è stata accolta con generosità e si è sentito il bisogno di pensarci assieme e di prepararsi. Non si può negare che ci siano state delle difficoltà, ma quello che più ci ha sostenuto è stato il fatto della risposta delle famiglie, come se i genitori aspettassero qualcosa che li coinvolgesse maggiormente. L’attenzione alla proposta, l’accoglienza, anche se all’inizio si è notato qualche titubanza alla fine è stata più grande e più bella di quello che ci si aspettava.  Non è stato bella solo per i ragazzi, ma è stato bello lavorare insieme anche per i genitori. Il cammino è ancora lungo, probabilmente anche impegnativo ma guardando alla realtà del nostro vicariato viene da riassumere tutti i discorsi, gli incontri, le domande, la volontà di lavorare insieme in una affermazione: mai più dire “non si può fare”. “Non posso” è una parola che liquida i problemi senza neppure affrontarli. Allora via il “non posso”: Tu puoi, noi possiamo! … Dobbiamo puntare in alto. Dobbiamo sognare! Abbiamo bisogno di sognare insieme e di sognare grande. Ci viene da dire che aveva ragione uno scrittore a dire che “i sogni sono il vero grande patrimonio dell’uomo! Fanno scattare la volontà!”. Come vicariato auguriamo che sia così per tutta la diocesi: sognare in grande per l’annuncio dell’amore di Dio per tutte le sue creature. Il genio, la bontà sono di tutte le età, perché la vita non è questione di anni: è questione di slancio!

Don Luigi Ferrarese – Mezzavia

 

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